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APRILE

Nazar boncuk
( un occhio sul cinema turco )

Venerdì 6 APRILE 2012

HAYAT VAR 

Un film di

Reha Erdemcon

Önder K. Açikbas, Erdal Besikçioglu, Halim Ercan

Drammatico durata 121 min.

Bulgaria, Grecia, Turchia, 2008

 

Hayat è una 14enne di Istanbul e la sua è una famiglia molto particolare. Vive con suo nonno, che soffre d'asma e dipende da lei in tutto e per tutto, e con suo padre, un pescatore coinvolto in traffici illegali che è sempre per mare. Hayat non va a scuola perché deve badare a suo nonno e perciò non ha amici. Per sfuggire alla solitudine la piccola Hayat si è costruita un mondo immaginario che si estende tra il mare e la città. Un giorno, però, suo padre torna a casa e lei non può far altro che affrontare la realtà.

 

La Turchia è una nazione dalle diverse anime. Ciò rappresenta sicuramente il suo aspetto più intrigante, ma al contempo costituisce per essa ancora un difficile ostacolo da superare. A cavallo tra Europa ed Oriente, crogiuolo di culture e religioni, divisa tra gli estremi di povertà e ricchezza, il paese turco paga la sua policroma natura soprattutto da un punto di vista politico. Questa spaccatura è resa perfettamente in Hayat Var – My Only Sunshine: da un punto di vista visivo essa è raffigurata sullo schermo dalla continua presentazione della città di Istanbul, dove è ambientato il racconto, in cui la lingua di mare che la attraversa separa nettamente la zona ricca e moderna da quella periferica in cui abitano famiglie meno abbienti; narrativamente, è invece racchiusa nel carattere introverso di Hayat, tredicenne figlia di un pescatore con a carico il nonno malato, che cerca dentro se stessa la forza per scappare dalle difficoltà e dai pregiudizi della società in cui vive. Hayat è una figura solitaria e silenziosa; soffre di asma, come il nonno di cui si occupa a casa, ed è costretta a vivere un’astiosa situazione famigliare causata dalle stranezze dei due genitori divorziati. Il regista Reha Erdem cerca di mettere in evidenza soprattutto la mancanza di affetto che sente la ragazza. Non accettata dai compagni classe, snobbata dalla madre che ripone le attenzioni solamente sul bebè nato da una sua nuova relazione, quasi schiavizzata dal nonno, a volte dimenticata dal padre, Hayat trova affetto solo in se stessa e nel peluche elettronico che canta in continuazione il ritornello “You’re my sunshine, my only Sunshine” – da qui il sottotitolo del film. E’ evidente che la giovane sogni un futuro migliore, pieno di amore e di riscatto sociale: viene infatti spesso ritratta mentre guarda, con occhio pieno di tristezza e di speranza, il luminoso skyline di grattacieli dell’altra sponda della città e le coppie di innamorati che si baciano per strada. Alla fine, in una conclusione alquanto retorica ma catartica ed efficace, questo riscatto proverà almeno a raggiungerlo tagliando completamente i ponti con il suo passato.


Venerdì 13 APRILE 2012

BAL 

Un film di Semih Kaplanoglu

con Erdal Besikçioglu, Tülin Özen,

Alev Uçarer Drammatico, durata 103 min.  Turchia, Germania, 2010 

Yusuf è un bambino solitario che vive con i genitori in una zona isolata di un bosco di montagna. Il padre alleva api e il bambino prova una grande ammirazione per lui con il quale condivide segreti. Yusuf, che a casa sa leggere correntemente, a scuola si blocca e non riesce ad ottenere la targhetta rossa che il maestro dà in premio a chi legge bene. Il diminuire della presenza delle api costringe il genitore a cercare di porre le arnie in luoghi più lontani e ad altezze più elevate. Un giorno l'uomo non farà ritorno e mentre la moglie si metterà alla sua ricerca il bambino si sentirà spinto a sperare in una sua prossima riapparizione da una lettura sacra.

 

Il cinema di Semih Kaplanoglu non appartiene alla categoria di quelli destinati ad attrarre il grande pubblico. Il regista turco procede, sostenuto dal consenso ottenuto in importanti festival internazionali, nel suo percorso autoriale con il terzo capitolo della storia del suo protagonista Yusuf. Dopo averlo presentato nel suo periodo di studi universitari in Milk e seguito in quello dell'età adulta in Egg ora il regista ce ne presenta l'infanzia. Il miele del titolo è quello delle api che costituiscono l'elemento che consente la vita della famiglia ma diverranno anche l'occasione della sua disgrazia. Il film procede con grande lentezza facendoci percepire il tempo dilatato che avvolge la vita del bambino modificato solo dalla vita scolastica alla quale però partecipa con fatica e dolore senza inserirsi nei giochi dei compagni. Va quindi rispettato il lavoro di ricerca che il regista compie su aspetti di vita appartati della realtà sociale turca. Resta però il dubbio di un eccesso di compiacimento nei confronti di un estetismo che in più di un'inquadratura prolungata finisce con il risultare fine a se stesso indebolendo così la tenuta complessiva di un film che ha nella straordinaria bravura del piccolo protagonista un elemento di indubbia forza.

 

Venerdì 20 APRILE 2012

SUT

Un film di Semih Kaplanoglu
con Melih Selcuk, Basak Koklukaya Drammatico, durata 102 min. - Turchia, Francia, Germania, 2008

 

In un piccolo villaggio della Turchia, in provincia di Smirne, il giovane Yusef aspira a diventare poeta. La madre, rimasta vedova troppo giovane, lo rimprovera di avere la testa fra le nuvole e di spendere i soldi che servono a mandare avanti la casa – guadagnati con la sua attività di lattaia – in libri, matite e quaderni. Diplomato da poco e in attesa della chiamata alle armi, Yusef vive come sospeso nella sua età informe e pratica la poesia nella speranza di riuscire a trovare la propria identità di giovane uomo. Süt costituisce il secondo capitolo di una trilogia che racconta, a ritroso, la storia di Yusef. Se in Yumurta il protagonista è rappresentato nell'età adulta, in Süt lo ritroviamo nella sua giovinezza e ne vediamo la persona a metà fra due strade, tra il ragazzo e l'uomo.

 


La vita che non vuole crescere, in un film che è esso stesso molto, troppo acerbo. L’esistenza del ventenne Yusuf e di sua madre si nutre ancora di latte: di quello prodotto dalle loro mucche, trasformato in formaggio e venduto su una bancarella del mercato, oppure imbottigliato in casa e distribuito porta a porta. Il ragazzo è un aspirante poeta pieno di inutili illusioni, che sarà riformato dal servizio militare perché epilettico; la donna è un personaggio evidentemente debole, che smette di provvedere ai bisogni del figlio nel momento in cui intraprende una relazione col capostazione. In questa storia, come negli scenari circostanti, c’è tutto lo squallore della provincia turca, tra disoccupazione, solitudine e dissesto urbano. Ma c’è anche un maldestro eccesso di silenzio ed un inopportuno uso di effetti simbolici, che sono la palese manifestazione di un’ambizione non adeguatamente supportata dalle necessarie capacità tecniche. A lungo andare, davvero stanca questa incessante ricerca di rarefatta autorialità, che finisce, purtroppo, per tradursi in una pretenziosa versione della noia, con qualche involontaria incursione nel kitsch. La reticenza è una posa innaturale, e le metafore sono come corpi estranei appiccicati a viva forza su una superficie impermeabile a qualsiasi suggestione. Il tutto appare intriso di una mediocrità che è certo nella sostanza dei fatti rappresentati, ma alla quale la regia resta completamente, e colpevolmente, supina. Lo sguardo dello spettatore rimane disorientato dalla mancanza di punti di appoggio, in un approccio all’immagine cinematografica che appare privo di qualunque preoccupazione di carattere estetico o espressivo. A ciò si aggiunge un leggero imbarazzo nel non riuscire a distinguere quanta parte di quello sfacelo sia imputabile ai personaggi che non sanno vivere, e quanta all’autore che non sa farli esistere. Süt inizia con un goffo tentativo di imitazione della nouvelle vague, per poi azzardare una serie di temerarie allusioni alle atmosfere di Michelangelo Antonioni e di Aleksandr Sokurov. Le intenzioni sono buone, la trama e la sceneggiatura lo sono un po’ meno, mentre la messa in scena galoppa, spavalda, e incurante di tutto, attraverso il terreno minato dell’Arte.

Venerdì 27 APRILE 2012

YUMURTA

 

Un film di Semih Kaplanoglu.

Con Nejat Isler, Saadet Aksoy,

Ufuk Bayraktar, Tülin Özen Drammatico, durata 97 min.  Turchia, Grecia 2007.

 

Yusuf, ancora giovane, è già abbastanza avanti su quel piano inclinato lungo il quale si rotola senza chiedersi più perché si è al mondo. Yusuf ritorna al suo villaggio natale, dove manca da anni, per la morte della madre. In casa incontra Ayla, una nipote vissuta con la madre negli ultimi cinque anni. A lui la giovane chiede di eseguire un rito sacrificale (l'uccisione di un ariete) che l'anziana donna avrebbe voluto compiere per lei prima di morire. Poi succede, si torna da dove si era partiti, ci si addormenta sotto un albero e la pallina dei giochi infantili che rotola sul palmo della mano cade e si rompe nel sogno come un uovo, yumurta, l’embrione, l’origine della vita che si schiude di nuovo

 

Denso di simboli nella sua nuda semplicità, primo film di una trilogia (seguiranno Sut, Latte, e Bal, Miele, quest'ultimo Orso d’Oro a Berlino 2010, pressochè introvabile e ignorato dalla distribuzione) opera di un regista che gira come un poeta minimalista, suggerisce, raccoglie sguardi, sorrisi fugaci e silenzi per dire di un amore che può nascere, di un dolore che può non finire, di un mondo che forse ancora esiste nella campagna turca, dove si vive in semplici case povere ma tutti ti conoscono e ti fanno festa se torni, dove si va ad uccidere un ariete come rito propiziatorio, anche se non si sa bene perché, dove i morti diventano piantine sul davanzale di casa e ogni nome scomparso diventa un fiore con cui parlare, e la mattina si guarda nel pollaio se c’è l’uovo, e il bambino che bagna la tomba della madre morta di Yusuf con la tanica d’acqua e poi tende le mani come fanno i musulmani in Moschea, non voleva quella moneta, voleva solo pregare, così alla fine del film la riconsegna a Yusuf. Yusuf ha tanto da imparare da questo mondo che ha lasciato per correre in città e dimenticato, la madre lo ha aspettato e con lei Ayla, viso pulito, bello, vestitini paesani, si è presa cura della vecchia ed è vissuta con lei per anni (tutto a suo favore il contrasto con la prosperosa ragazza new age, addobbata per la serata di festa, che nella seconda scena entra nel negozio di libri usati di Yusuf in città a cercar ricette, mentre sullo stereo va un Debussy per cello e piano molto ma molto triste). Sembra che sia stato soprattutto Herzog a volere che Bal vincesse a Berlino. E allora possiamo fidarci. Da Yumurta Semih Kaplanoglu fa dunque partire un viaggio di rinascita, risalita alle fonti originarie che in Bal approda all’infanzia, lì dove è rimasto impigliato quel senso della vita di cui a volte si perdono i fili. Spesso nel film Yusuf dorme, a volte parla brevemente dei suoi sogni, un’altra volta crolla inspiegabilmente a terra privo di sensi, e nell’ultimo sogno, di notte, bloccato in piena campagna da un cane enorme, ringhiante, che lo piantona e non lo fa partire per tornare in città, piange e poi si sveglia al suono dei campanacci di un gregge che si allontana. E’ come se solo attraverso la perdita momentanea di sé Yusuf possa recuperare uno sguardo depurato sul mondo e sentire le vibrazioni che la vita gli manda. E’ un poeta, una locandina ci racconta le sue illusioni e il tempo deludente che è trascorso da allora, le troppe sigarette che fuma dicono altro e un vecchio amore ritrovato in paese non emana più la magia di una volta. Ayla è lì, gli offre quel té nei bicchierini di vetro di cui in Turchia vanno matti, gli dà le sue pantofole troppo corte e gli parla di mamma Zehra, che lui non ha più visto e che ritrova sul letto, coperta da un lenzuolo che non solleva, non avrebbe senso farlo ora che è cadavere. La vecchia donna appare in apertura, sola, cammina sul viottolo di campagna uscendo dalla foschia e viene verso di noi, fino ad un primo piano, poi prosegue di schiena e sparisce. Sarà una presenza incorporea per tutto il film, fino a quando Yusuf, determinato ad andarsene dopo il funerale e ogni volta trattenuto da fili invisibili, tornerà a sedersi al tavolo di quella povera cucina e Ayla, rientrando, gli darà l’uovo che ha appena raccolto. Un sorriso appena accennato, si riconoscono. Non serve parlare, i cucchiaini tintinnano nei bicchierini del tè mentre continuano a far colazione. Un tuono, arriva un temporale, ma è fuori, dentro c’è caldo. Nei titoli di coda si ringrazia Nuri Bilge Ceylan, maestro del cinema turco da cui Yumurta surroga alcuni stilemi, pause di silenzio, movimenti di macchina ridotti al minimo, le immagini e i gesti che raccontano più delle parole. La visione del mondo è però diversa da Ceylan, gli universi privati possono incontrarsi, nella semplice bellezza del nulla.

COMMENTI

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