NOVÁ VLNA

Il Cinema della Primavera di Praga 

Venerdì 1 febbraio 21.30

Sedmikrásky

Un film di Vera Chytilová. Con Ivana Karbanovà, Jitka Cerhova, Marie Ceskova. Durata: 74 min.

 Cecoslovacchia 1966 

Sottotitolato in italiano

Mettere per iscritto una linea di trama per Le margheritine, secondo lungometraggio e opera più famosa di Vĕra Chytilová, è pressoché impossibile. Si inizia, già dai titoli di testa, con gli ingranaggi di un volano per la filatura, quindi le donne, alternati alle bombe sganciate dagli aerei statunitensi, maschi, sul Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, per poi presentare le due protagoniste, entrambe di nome Marie, che siedono in costume da bagno su una piattaforma, annoiate e robotiche nei movimenti accentuati da stridori industriali/legnosi e nelle parole che escono meccanicamente dalle loro bocche. Parlano di come il mondo sia diventato cattivo, malvagio, e di come diventare cattive come il mondo possa essere l’unico modo per sopravvivere. Improvvisamente, si ritrovano di fronte al biblico Albero della conoscenza del Bene e del Male, che poi ritornerà con un ruolo maggiore nel successivo film della Chytilová, Il frutto del paradiso, e di esso mangiano il frutto, non certo a caso una mela, per ritrovarsi altrettanto all’improvviso nel loro appartamento, pronte a distruggere sistematicamente tutto ciò che si troveranno di fronte, dalla carta al cibo, dall’etichetta alle emozioni degli uomini, fra scherzi sempre più irriverenti e voracità nello scroccare. “Succede” di tutto, in Le margheritine, nel ritmo narrativo forsennato di una commedia drammatica e profondamente amara dedicata, apertamente, a chi ancora si indigna e continua a lottare: le due Marie si lanciano in appuntamenti galanti con uomini ben più anziani e con ridicoli collezionisti di farfalle, vengono messe alla porta per aver creato un putiferio in un locale anni Venti, si ritrovano fra fiori e frutti in una sorta di Giardino dell’Eden nel quale tutto si può trovare fuorché la salvezza, devastano tutto ciò che gli capita a tiro, fino a ritrovarsi in una fabbrica abbandonata e poi in una stanza con un enorme buffet imbandito, probabilmente destinato agli uomini del Partito, nella quale si lanciano cibo e piatti, ballando sul tavolo rompendo le bottiglie, e poi venendo condannate a rimettere tutto a posto, sommariamente, senza cura, perché la scricchiolante società cecoslovacca che di lì a due anni si sarebbe trovata in piena Primavera di Praga, l’accuratezza, di certo non la meritava. Fino alla caduta su di loro di quello stesso lampadario su cui le due si erano appena scherzosamente arrampicate, proprio come le bombe marchiate USA, lanciate dagli aeroplani, annientavano il Pacifico durante la Guerra.

Marco Romagna

Venerdì 8 febbraio 21.30

Baron Prásil

Un film di Karel Zeman. Con Jana Brejchova, Milos Kopecky, Rudolf Jelinek, Karel Hoger, Miroslav Holub. Durata 90 min.  Cecoslovacchia 1962

Sottotitolato in italiano

 

Da molto tempo il vanaglorioso Barone di Munchhausen (Milos Kopecký) si è appartato dal mondo caotico degli uomini scegliendo la Luna come sua residenza, ma, imbattutosi in Tonik, il primo astronauta venuto dalla Terra, ed appreso da lui che l'umanità è ancora una volta dilaniata dagli odi e dalle guerre, accetta di tornare sul pianeta per liberare la principessa Bianca dal crudele Sultano che l'ha presa prigioniera. Convinto di far breccia nel cuore della bella fanciulla, il Barone esibisce tutto il suo valore sbaragliando gli eserciti e la flotta del nemico, ma, quando comprende che Bianca è perdutamente innamorata di Tonik, fa buon viso a cattivo gioco e decide di portarli con sé sulla Luna che, da sempre, è la patria degli innamorati.

Karel Zeman torna a stupire il pubblico con la sua ineguagliabile abilità nel narrare i sogni della fantasia. Come altre sue celebri pellicole, anche questa è realizzata con la geniale tecnica mista che fa muovere attori in carne ed ossa tra animazioni e fondali dipinti sullo stile delle stampe ottocentesche di Gustav Doré e come in altre occasioni, anche qui la favola è al servizio di un limpido messaggio di pace. La sceneggiatura rielabora i racconti di R. E. Raspe innescandovi situazioni riadattate dal Cyrano di Rostand (il cui eroe è anche tra i protagonisti del film) e spunti tipici da (sia pur elementare) avventura spaziale alla George Méliès.

 

 

Venerdì 15 febbraio 21.30

Valerie a týden divu

 Un film di Jaromil Jires. Con Jaroslava Schallerovè, Helena Anýzová, Durata 92 min. Cecoslovacchia 1969.

Sottotitolato in italiano

, Valerie e la sua settimana di meraviglie. E di meraviglie si parla, signori. A partire dalla bellezza conturbante di Valerie, Jaroslava Schallerovà. Valerie si muove in un contesto irreale e fuori dal tempo, forse alla fine del 1800, forse in un piccolo paese della Cecoslovacchia. Sin dalle prime immagini si capisce che si tratta di sogni, incubi e allucinazioni che si mescolano alla verità. Macchie nere di suore in un campo di grano. Strani personaggi vampireschi neri e bianchi. Una meravigliosa Helena Anyzova, Matka la nonna, così eterea da sembrare irreale. La sua camminata austera e la sua postura elegante e puritana si mescolano alla perdizione di un buco in un ritratto con lascive proposte al parroco del paese. Mentre il vento scuote gli alberi e soldati ubriachi si fustigano a petto nudo, l’acqua prende fuoco e le foglie diventano mille petali trasportati nella fresca sera primaverile. Il sole pallido scalda a malapena le fredde mura che nascondono ingranaggi polverosi e svolazzanti di piume di gallina. Una tavola imbandita in un campo per un bicchiere di vino, poi un altro, poi un altro ancora. I dettagli delle bottiglie, della lente di uno specchio in argento. Della camera bianca, bianchissima di Valerie, e dei suoi piedi nudi sul parquet di betulla. Le immagini surreali e oniriche si susseguono, mentre Orlic sembra l’unica figura rassicurante di tutto il film. I giorni luminosi sono appannaggio dell’infanzia e dell’adolescenza o si possono vivere anche nelle altre fasi della vita? Quei giorni pieni di luce, in cui tutto l’universo sembra girarci intorno, durante i quali i colori, i profumi, ogni essere vivente è esaltato nella sua essenza. Poi, con il passare degli anni, una patina di grigio sembra ricoprire gli occhi e gli altri sensi. Ci abbrutiamo, diventiamo insensibili, invecchiamo il nostro sentire fino a non meravigliarci più di nulla. Fino ad arrivare, un mattino, a dover constatare che nello specchio nel quale stiamo guardando nessuna immagine è riflessa. Valerie ci ricorda, con il suo sguardo dubbioso ma pieno di curiosità e di speranza, che la vita è una passeggiata a piedi nudi, un seno acerbo, una stanza buia con una lanterna in mano. Valerie ci dice, in silenzio, che quel vento freddo che si alza la sera è solo l’abbraccio della morte che ci passa vicino e che scherza con noi, che ci avvolge nel suo mantello nero. E se poi spunta una perla in bocca vuol dire che l’abbiamo ingannata ancora una volta.

Scritto da: Paul Inno

Venerdì 22 febbraio 21.30

Ovoce stromu rajských  

Un film di Věra Chytilová. Con Jitka Novakova, Karel Novak, Jan Schmid. Cecoslovacchia, 1970.  98 minuti

Sottotitolato in italiano

"E quando Eva vide che l'albero era desiderabile, prese il frutto e lo mangiò. Lo diede a suo marito e lui lo mangiò. Ed entrambi i loro occhi si aprirono, e scoprirono di essere entrambi nudi E sentirono la voce di Dio, ai piedi del Paradiso. E l'uomo e la donna si nascosero alla presenza di Dio, tra gli alberi e i frutti del Paradiso".

Solamente per quei nove, caleidoscopici minuti di prologo, si potrebbe discorrere di capolavoro inestinguibile attraverso il tempo: Adamo ed Eva, testurizzati nelle geometrie topiarie di un Giardino dell'Eden incandescente e dall'istantaneo effetto psicotropo. Un immaginifico affresco visivo in continua (s)composizione tra psichedelie di natura floreale e sostanze organiche finchè, alla rapida ricomposizione di quel luogo (e dell'immagine) al suo aspetto originario, il fatidico frutto (la mela), non cade dall'albero proprio nelle mani di Eva, la quale, con sguardo malizioso rivolto in camera, si appresta ovviamente ad addentarla. Da questo punto in poi, Věra Chytilová (tra le più provocatorie, nonchè massime esponenti della gloriosa Nová vlna ceca) cambia direzione abbandonando, almeno in parte, quelle abbacinanti scenografie sperimentali, rievocanti inoltre certe correnti dell'underground americano, come quella dei film-painting (Fuses, ad esempio recente), per rientrare nel più a lei connaturale habitat di matrice surrealista, acuito di toni grotteschi e inaugurato quattro anni prima con Le Margheritine (Semidrasky); il film che le costò un esposto dal governo e che a detta di molti, non solo resiste come capolavoro personale, ma anche come probabile caposaldo di tutta quella corrente avanguardista che fermentava alle porte della Primavera di Praga. Ciò che segue in Fruit of Paradise, è una rilettura radicale e serratamente simbolica sulla caduta dell'uomo. Spinta dallo stesso impeto visionario dell'opera precedente, la cineasta di Ostrava inscena qui, il tutto, con i tratti caratteristici di una novella (sfumata di mystery), che vede la succitata Eva trovarsi coinvolta al centro di un falotico ménage à trois, sospesa tra la via della rettitudine e quella della tentazione: tra una malcelata passività nei confronti del marito Josef/Adamo (rappresentazione dell'uomo perfettamente inquadrato in una società oppressiva e consumistica, grigia come l'abito che indossa) e una fervente attrazione, al contrario, per l'enigmatico Robert/il diavolo (ovviamente vestito di rosso; emblema del proibito, della sovversione al regime, alle convenzioni tradizionali).

da Frank ViSo

http://visionesospesa.blogspot.com/2016/01/fruit-of-paradise-ovoce-stromu-rajskych.html

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